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L’immigrazione e l’integrazione:
una sfida da vincere per l’Europa
Convegno: "L'immigrazione e
l'integrazione:
una sfida da vincere per l'Europa"
Camera dei Deputati, Sala della Regina
Intervento ministro Andrea Riccardi
Un ringraziamento speciale al Presidente Fini per questo invito a riflettere insieme su un tema cruciale in Italia e in Europa. Lo ringrazio anche per il suo costante impegno su questi temi, che ci ha spesso aiutato a far emergere un sentire che si va maturando nella nostra cultura e nella nostra società.
Sono contento di essere qui con politici esperti in questa materia come Margherita Boniver, già Ministra per gli italiani all'estero e l'immigrazione, e Jean Leonard Touadi, che parla della sua esperienza di integrazione in Italia come di un "laboratorio esistenziale". Così come sono lieto di un confronto con Rachida Dati, che anche recentemente ha voluto riportare la questione dell'immigrazione ad una dimensione europea.
Per chi, come me, si è da poco imbarcato nell'avventura di un dicastero che ha la missione di affrontare il tema dell'integrazione legandolo a quello della cooperazione, il quadro europeo è un punto di riferimento fondamentale. Così com'è fondamentale una visione della cooperazione che racchiuda in sé l'idea di relazione con il resto del mondo.Infatti cooperazione e integrazione sono due percorsi per collocare l'Italia nel quadro nuovo, mobile, della globalizzazione.
Questo tocca immediatamente la nostra visione del futuro. Due domande si pongono con urgenza. E si pongono nel clima difficile della crisi economica che ci spinge tutti a concentrarci su noi stessi, quasi per difenderci dai venti freddi della recessione o dalla minacce sul nostro presente. La prima domanda: E' una visione che riguarda solo l'Italia? Sono convinto che non si possa pensare il futuro del nostro paese da solo. Anche per riflettere sull'integrazione abbiamo bisogno -come in questa riunione- di riferirci a una dimensione europea. Non possiamo affrontare la transizione epocale dei prossimi anni da soli, estranei al quadro europeo. La via imboccata dal Governo Monti è quella di un rafforzamento della presenza europea dell'Italia. Non c'è futuro degno del nostro Paese senza Europa.
Ma, dopo questa prima domanda, ce n'è un'altra che riguarda l'Italia e l'Europa. Come si collocano nel mondo? L'Europa si deve pensare come una fortezza che si difende dalle minacce esterne?
La collocazione geopolitica del nostro continente e la sua storia fanno sì che esso non possa essere concepito come una fortezza, ma sia per sua natura una realtà aperta a un plesso di relazioni intercontinentali, versola Russiae l'Est, verso il Sud, il Mediterraneo e l'Africa, verso le Americhe e la grande e complessa Asia. Così è stato. Ma, nel periodo delle grandi ondate di invasione non si è difeso? E l'immigrazione in Europa, portatrice di culture, religioni, valori, altri rispetto ai nostri, non è forse percepita come un'invasione?
Negli anni Ottanta, il grande studioso francese di relazioni internazionali, Jean Baptiste Duroselle, scrisse un piccolo e prezioso libro, intitolato proprioL'Invasion, in cui passava in rassegna le invasioni subite e tentate in Europa e parlava dell'immigrazione come invasione. E' un grido di allarme? C'è un fatto: la spinta demografica verso il Nord e l'attrazione rappresentata dall'Europa attirano inevitabilmente masse di persone. E' un'invasione? Certo non si ferma alla frontiera. Ma -scriveva Duroselle- è una realtà di cui bisogna prendere le misure. L'immigrazione impone una politica e scelte di civiltà. Alla fine del suo libro, l'anziano studioso francese concludeva con un inno di fiducia nella Francia e nella sua capacità di integrare: credeva in quello che chiamava il "creuset" francese.
L'immigrazione e l'integrazione impongono riflessioni non congiunturali, ma pensieri seri e lunghi. Sono temi non adatti alla polemica da cronaca. Infatti ho più volte sostenuto che la questione dell'immigrazione nel XXI secolo è decisiva come quella rappresentata, tra Ottocento e Novecento, dai confini territoriali della Patria. Quella richiedeva un atteggiamento bipartisan, che sapesse tener presente il superiore interesse nazionale. Ma, con l'integrazione, non si aggiungono al nostro Paese intere regioni di uomini e di donne, non territori, ma popolazioni? Intelligenza, lungimiranza, realismo, senso dello Stato, umanità, debbono illuminare il nostro ragionare su questi temi. Non si tratta di scegliere tra la politica del buon cuore e quella di un duro realismo, ma di guidare con lungimiranza i processi del futuro. Non si tratta di scegliere tra apertura e chiusura (posizioni entrambe impraticabili per ovvi motivi), ma di operare nel senso della costruzione d'una società coesa.
Ogni Paese europeo ha la sua identità nazionale, ereditata dalla storia. L'Italia, proprio in questo anno del Centocinquantesimo dell'Unità, ha ripercorso, con uno sforzo corale che ha coinvolto le giovani generazioni, le radici storiche del nostro essere insieme italiani. Un grande contributo è venuto -come si vede anche dal recente libro che raccoglie i suoi interventi- dal Presidente Napolitano. Noi, per il peso della nostra storia recente, per l'ubriacatura del nazionalismo bellicista e per l'esperienza amara della guerra mondiale, abbiamo avuto pudore o timore nel dirci con troppo patriottismo italiani. Tuttavia oggi, di fronte alla globalizzazione che impone di ridefinire la nostra identità, di fronte al contatto con gli immigrati, abbiamo ritrovato l'orgoglio civile di ridire la nostra identità nazionale. E' una consapevolezza importante anche di fronte alle sfide dell'integrazione.
La nostra identità ha una sua forza e una sua capacità di attrazione. Senza avventurismi, non bisogna aver paura della pluralità. La vicenda dell'integrazione europea, nata dal rifiuto della guerra tra popoli fratelli e nata dal rifiuto di Auschwitz, coniuga identità e pluralismo. L'antico motto dell'Unione, "Unita nella diversità", rappresenta un'idea di Europa coesa che trova nel rispetto delle differenze uno dei valori fondanti. Anche il trattato perla Costituzioneeuropea raffigura un territorio aperto, dove le frontiere sono porte e non barriere. Per non parlare poi dell'allargamento a Est, che ha portato a un notevole arricchimento del nostro patrimonio culturale.
Ma come questa visione plurale si riflette sull'integrazione o l'immigrazione? Di fatto, mentre i tentativi di armonizzare le politiche in materia d'immigrazione e asilo non hanno ancora prodotto risultati concreti, si è trovata sintonia sulle politiche di ammissione e di lotta all'immigrazione illegale. Di fronte a un fenomeno globale e inarrestabile come le migrazioni, le politiche eccessivamente protezionistiche dei singoli governi, non rigidamente contraddette dalla normativa europea, appaiono non adeguate sia sul piano del diritto sia su quello delle esigenze di crescita dell'Unione. Inoltre, questa rigidità ha un impatto importante anche per i richiedenti asilo: se diventa sempre più difficile entrare in Italia nonostante la crescente domanda di lavoratori stranieri, è prevedibile che chi lo vuole ricorra a un canale di ingresso parallelo alle domande d'asilo cosiddette "strumentali" -che nascondono, cioè, una migrazione dettata da motivi prettamente economici. Il risultato è che si confondono diritti diversi, quello alla vita e quello a un'esistenza dignitosa, indebolendo entrambi, soprattutto il primo.
Ma l'immigrazione è qualcosa da cui ci dobbiamo solo difendere? Le risorse economiche impiegate per le misure di contrasto sono, nel nostro Paese, quattro volte superiori rispetto a quelle utilizzate per le attività di sostegno e integrazione. Indubbiamente bisogna far rispettare la legge. Ma soprattutto si deve uscire da una concezione emergenziale nell'approccio con l'immigrazione. Un nuovo ministero dell'integrazione vuole proprio segnare una nuova fase -appunta quella dell'integrazione-, non emergenziale nel considerare la presenza di non italiani sul suolo del nostro Paese. Siamo consapevoli che il momento è difficile e che la crisi pone nuovi problemi agli italiani e agli immigrati. Ma, pensare agli immigrati è in qualche modo pensare anche agli italiani. E' pensare -mi sia permesso di dirlo- a uomini e donne che, con il loro lavoro, daranno un contributo alla ripresa. E' pensare all'assistenza che gli immigrati -il caso delle badanti- danno ad anziani o disabili italiani.
Ci sono problemi posti dalla crisi. In questi giorni, ad esempio, per evitare che l'attuale congiuntura possa frustrare in maniera definitiva e per cause non dipendenti dal lavoratore percorsi di integrazione già intrapresi con successo, il nostro Ministero sta suggerendo di prolungare il periodo per la ricerca di una nuova occupazione ad almeno un anno, in attesa della ripresa economica e in relazione alle possibilità offerte dal lavoro stagionale. Diversamente si verificherebbe, da parte del Paese, la perdita di lavoratori già inseriti.
Bisogna guardare a una stagione politica fuori dall'emergenza migratoria, capace di costruire percorsi di integrazione. Anche l'ultimo rapporto della fondazione ISMU, illustrando la diminuzione tendenziale nei flussi di ingresso, indica che il tema da affrontare in modo urgente riguarda la buona integrazione dei cittadini stranieri già presenti nel nostro Paese.
Nel 1908, nel saggioLo straniero, il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel definì lo straniero non come il viandante ma come "colui che oggi viene e domani rimane". Contrariamente agli "abitanti di Sirio" che per noi non esistono proprio, sosteneva Simmel, lo straniero è un membro della nostra società. Una figura che non appartiene al territorio fin dalla nascita e che è connotata prevalentemente dalla forma sociale del mercante e/o dell'imprenditore, con un elevato grado di mobilità spaziale, libertà di movimento, spirito di iniziativa, capacità di originare consistenti processi di mutamento sociale, e di occupare spazi sociali lasciati liberi ma necessari al funzionamento della società.
Lo straniero, dunque, come persona che ha un rapporto con lo spazio sociale caratterizzato da libertà e mobilità, è potenzialmente portatore di mutamento: le sue caratteristiche sociali e culturali, la tipologia delle sue relazioni economiche, l'ambivalenza di vicinanza e lontananza sono aspetti che comportano per forza una qualche innovazione dello spazio sociale consolidato. E' allora di queste potenzialità e di questa innovazione che occorre parlare, ed è su queste che bisogna investire, guardando, senza pregiudizi, la realtà umana che abbiamo di fronte.
Se in altri Paesi (Francia, Gran Bretagna, Germania) si è tentato di applicare diverse ricette di integrazione (assimilazionista, multiculturale,Gastarbeiter), mostrando come nessuna di queste fosse di per sé vincente, si direbbe che da noi questa tappa sia saltata, da un lato perché la politica si è occupata d'altro, e dall'altro perché le pratiche di integrazione hanno seguito vie quasi casuali, spesso dettate dall'emergenza, senza per questo rivelarsi meno buone grazie alla buona volontà di molti. Il rabbino capo del Commonwealth, Jonathan Sacks, immagina il processo di integrazione -dopo il fallimento del multiculturalismo- come una "casa da costruire insieme". Debbo dire in proposito che un grande ruolo è stato svolto dalla famiglia italiana, sia con l'acquisizione di lavoratori di origine non italiana nell'assistenza, sia attraverso il vicinato, sia con il lavoro. Ho visitato a Torino un asilo, per metà di bambini non italiani, e ho colto la simpatia che unisce mamme italiane e non italiane a partire dalla comune responsabilità verso i loro figli. La famiglia italiana è una grande risorsa nel processo di integrazione, come lo -è ovvio dirlo- la scuola.
Non sarà un processo facile. Secondo i dati dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) che dipende dal nostro Ministero, sono in aumento gli episodi di intolleranza e in alcuni quartieri periferici urbani si assiste ad una vera e propria separazione tra cittadini stranieri e italiani. Questi dati ci dicono che dal 2009 al 2011 si è passati da 373 segnalazioni di casi di discriminazione alle 1.050 raccolte al 31 dicembre scorso. Questa crescita preoccupante nasce anche nel processo di spaesamento e di solitudine nelle grandi periferie urbane. Lavorare per una loro umanizzazione è un dovere verso gli italiani, che tra l'altro semplifica l'integrazione dei non italiani.
Il lavoro assume un rilievo particolare perché, come dicevo, per molti cittadini immigrati esso costituisce un punto di partenza e il motivo per cui sono partiti dal Paese d'origine. E' anche lacondicio sine qua nondel loro soggiorno. Intorno al lavoro ruota tutto il resto: l'alloggio, l'educazione, la salute. In quest'ottica, per gli immigrati il lavoro è lo strumento con cui costruire la propria esistenza e non, come per i cittadini italiani, il coronamento, la contro-prova dell'appartenenza ad una società - ciò che viene a mancare, non a caso, ai cosiddetti drop-out che spesso in virtù di questo fallimento finiscono per "uscire" dalla società d'origine.
Ma il Ministero per l'Integrazione non si occuperà solo degli immigrati, perché gli italiani sono attori preminenti dell'integrazione. L'ho detto a Firenze, di fronte a migliaia di senegalesi, scossi dall'assassinio brutale di loro connazionali: il mio lavoro si rivolge non solo ai non italiani, ma agli italiani, perché siano attori loro stessi dell'integrazione. Ed ho ricordato a italiani e non italiani, come i padri e i nonni di questi lavoratori senegalesi siano morti per la liberazione del nostro Paese durante la seconda guerra mondiale, itirailleurs sénégalais, inquadrati nell'esercito francese, come si vede nei cimiteri dei caduti. Anche questa è una pagina di storia comune, totalmente dimenticata.
Sono consapevole di come possa esserci però un conflitto che impropriamente chiamerei di civiltà tra italiani e non italiani in talune sacche del Paese.La Calabriaha affrontato a Rosarno una delle maggiori emergenze con la protesta degli extracomunitari ridotti alla schiavitù, il malcontento della popolazione locale degenerato in una vera e propria "caccia allo straniero" e, sullo sfondo, l'ombra delle 'ndrine (le famiglie della mafia calabrese, che, nell'indifferenza generale, succhiano il sangue degli immigrati). Mi sono recato a Rosarno e ho visto, dopo due anni, come la situazione sia cambiata grazie a pezzi di società che hanno fatto un grande lavoro di integrazione e un'eccellente amministrazione comunale.
Il regista Wim Venders ha documentato questo fenomeno a Riace, in Calabria. L'esperienza di Riace ha effettivamente mostrato che è possibile avviare il processo di rivitalizzazione di un borgo rimasto spopolato a causa dell'emigrazione attraverso l'integrazione degli immigrati: questo paesino in provincia di Reggio Calabria che conta 1.842 abitanti ha dimostrato come si possano coniugare sviluppo e coesione sociale, riqualificazione ed equità. Qui, l'apertura al "diverso", allo straniero giunto improvvisamente dal mare, non ha avuto il tempo e il modo di innescare processi discriminatori. L'approccio originale al tema della convivenza, declinato in diverse proposte innovative, ha costruito virtuose sinergie tra il pubblico e il privato che hanno visto il diretto coinvolgimento dei cittadini immigrati.
Ottaviano e Peri[1], attraverso indagini realizzate in specifici contesti territoriali, mostrano che gli immigrati, in quanto portatori diskills complementari rispetto a quelli dei "locali", aumentano la produttività (e i salari) dei locali. Si tratta, anche in questo caso, di un capovolgimento della prospettiva dalla quale, per diversi anni, sono stati analizzati i problemi relativi ai flussi migratori da parte dei paesi "ospiti". Secondo questa nuova linea di ricerca, la diversità culturale e l'immigrazione, lungi dall'essere elemento di indebolimento dell'economia locale, verrebbero ad essere invece elemento propulsore dei processi di crescita e sviluppo, migliorando le condizioni di produttività anche della popolazione locale.
Indubbiamente la pagina storica dell'integrazione è in larga parte da scrivere. L'istituzione del mio ministero è un impegno ad assecondare quella parte di società italiana che, magari in modo spontaneo, sta assecondando questi processi integratori. Siamo convinti che il nostro Paese ha una forza, forza gentile, di civiltà e di cultura, tale da non dover temere l'impatto con altre culture. Ogni Paese europeo, forse del mondo, oggi registra la presenza dell'altro. Sarà all'origine di scontri di civiltà nelle varie società? Dobbiamo operare perché, in Italia e in Europa, cresca sulle nostre radici nazionali e identitarie, che fanno la nostra storia e faranno il nostro futuro, una civiltà del vivere insieme nell'orizzonte dei nostri valori storici.
[1] Ottaviano GIP and Peri G (2006), "The economic value of cultural diversity: Evidence from US cities" (with Giovanni Peri), Journal of Economic Geography, Vol. 6, 2006, pp. 9-44. Citato anche in Putnam E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century, The 2006 Johan Skytte Prize Lecture, Scandinavian Political Studies, Vol. 30 - No. 2, 2007.










