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Celebrazione del Giorno del Ricordo
Celebrazione del Giorno del
Ricordo
Palazzo del Quirinale, giovedì 9 febbraio 2012
Intervento ministro Andrea Riccardi
Signor Presidente della Repubblica,
Cari parenti delle vittime,
Signore e Signori,
il Giorno del Ricordo, dal 2004, manifesta chiaramente come non possono essere dimenticati da parte nostra i caduti nelle foibe o sul confine orientale o nel dramma delle popolazioni istriane, dalmate giuliane. Questi uomini e donne, oggi, vengono ricordati e onorati tramite la concessione di un diploma e una medaglia ai loro familiari. Ci sono dolori che, dopo tanti decenni, restano ancora vivi nelle famiglie, private dei loro cari, maltrattate, incomprese nella sofferenza. Come furono talvolta gli italiani nell'esodo da quelle terre. L'amnesia della sofferenza delle popolazioni dalmate, istriane, giuliane nacque dalle passioni e lotte della guerra fredda. Ma quel tempo è finito ed oggi condividiamo una memoria, forse in modo tardivo, ma anche tanto sentito.
Grazie al Giorno del Ricordo, alla riflessione del Presidente Napolitano, grazie al lavoro degli storici, siamo meno inadeguati nel dire la nostra solidarietà ai familiari delle vittime e nel capire meglio quegli eventi.
Fu infatti una storia terribile tra italiani d'Oriente e slavi d'Occidente, maturata in una terra dalla complessa stratificazione etnica. La stratificazione etnica, tipica degli imperi multinazionali, è invisa ai nazionalismi. Le convivenze tra diversi gruppi, quando si costruivano gli Stati nazionali tra Ottocento e Novecento, si risolsero spesso traumaticamente con la violenza omicida, con le deportazioni e gli esodi. Sono storie antiche dell'Oriente europeo, ma non solo, ripetutesi purtroppo fino a ieri nei Balcani. Sulle terre del confine orientale, belle, stratificate, ricche di umanità e storia, si era fatta sentire prima pesantemente la politica del fascismo. Poi venne la violenza dell'occupazione fascista sugli slavi dopo il 1941, denunciata anche da quel patriota italiano che fu il Vescovo Santin di Trieste. L'occupazione nazista mostrò su queste terre uno dei suoi volti più duri.
Su questo scenario già tanto martoriato, si collocano le due terribili stagioni di massacri, il tempo delle foibe o delle uccisioni e degli annegamenti, commemorato da questa Giornata: 1943 e 1945. La violenza ha un terribile potere federatore di motivazioni e passioni diverse: allora coagulò un'ondata aggressiva verso italiani inermi da parte degli jugoslavi. La loro colpa era solo quella di essere italiani. Ne hanno scritto Elio Apih, Roul Pupo e altri. Si trattò di un'epurazione preventiva per eliminare le presenze italiane che avrebbero potuto mettere in discussione il controllo titoista. Oggi sappiamo come il disegno comunista e stalinista utilizzasse, in tutto l'est, le nazionalità e le etnie per realizzare i suoi fini.
La logica ideologica o quella nazionalista sono inadeguate, anzi perniciose, per gestire situazioni intricate e stratificate come quelle delle terre al di là e al di qua del confine orientale italiano. La prospettiva nazionalista, pochi anni fa, applicata nei Balcani, ha condotto a stragi ed esodi memorabili. La storia si è ripetuta. Siamo consapevoli di come ci vogliano una cultura e una politica ben diverse, perché questa storia non si ripeta.
La vicenda di quelle terre di frontiera orientale fu tagliata con il coltello della storia. Invece era un mondo - come dice Enzo Bettizza - di un intreccio complesso e variegato, fatto di "sottigliezze culturali, sfumature religiose, inestricabili grovigli etnici". Un terreno simile a tanta parte dell'Europa, spesso violentato nel secolo dei nazionalismi e delle ideologie.
E' proprio il terreno su cui si pone un'alternativa secca: o la violenza dell'epurazione o la civiltà del convivere, Il ricordo del dolore delle vittime italiane e delle loro famiglie ci conferma in questa coscienza: la diversità etnica, culturale, costituisce una ricchezza delle nostre terre europee, mentre la storia di violenze e di eliminazione dell'altro è per sempre una pagina del passato.
La politica di riconciliazione tra italiani, croati e sloveni, condotta negli ultimi anni, ha mostrato come vogliamo percorrere questa strada con decisione e non tornare indietro. Il quadro dell'Unione Europea ci orienta decisamente in questo senso. Infatti l'Europa del XXI secolo deve essere la terra della civiltà del convivere.










